Roccia e sabbiolina: trova le differenze

Lei, quella che da sempre è stata chiamata ad essere forte, quella che senza aiuti esterni c’è riuscita, ultimamente – da qualche giorno – si è sentita terrorizzata.

Sì: parlo di lei, di quella che – nella sua vita – s’è guadagnata il soprannome di Roccia per il coraggio che l’ha accompagnata.  Già: chi la conosce a memoria e le vuole bene (un bene pazzesco) la chiama Roccia. Chi conosce il suo modo di fare le dice che lei è “Una per mille” [ l’amica Cristina Bove le ha persino dedicato il suo libro e, esattamente stasera, percependo il suo momentaneo stato di dolore acuto interiore, le ha scritto “Paola è che a volte si è fortemente scompensati…
ma poi un colpo di tallone e si riemerge.” ]

Ora, lei sa bene una cosa: nella sua vita, in tutto il suo esistere, solo due volte si è sentita terrorizzata. Una volta le capitò quando aveva venticinque anni. Annichilita dalla paura commise un errore di valutazione che – ancora adesso – le duole. Fortunatamente la persona che lei non seppe capire appieno è tutt’ora uno dei suoi migliori amici e si rese conto benissimo che lei – in realtà – aveva solo paura. Questa persona – se solo le chiedeste un giudizio su di lei – pronuncerebbe le parole più belle che si possano dire. Sono passati oltre vent’anni ma c’è una stima fra loro di cui sono fieri. Anche il padre di lei, quando era vivo, ne era orgoglioso. Così anche la madre del suo caro amico le ha voluto, finchè visse, un bene veramente grande… a lei e anche alla ragazza (allora bimba) che lei si è cresciuta da sola.

Lei capì e imparò sulla sua pelle che la paura annichilisce e induce persino l’individuo migliore a commettere errori imperdonabili. Ne fece il suo comandamento numero uno imponendo a sé stessa il coraggio necessario per andare avanti senza perdere una condotta di vita che avrebbe reso orgogliosi di lei, in ogni occasione, tutti coloro che le vogliono bene e – soprattutto – sé stessa.

C’è riuscita per ben vent’anni, attraversando al meglio grossi dolori, scavalcando da sola qualsiasi montagna.
C’è riuscita professionalmente, umanamente, onestamente – sempre – con le sue forze che s’è impegnata a moltiplicare alla potenza ennesima, c’è riuscita guardando in faccia la paura e sfidandola ogni volta. Si è sobbarcata da sola tutto e se ne parlava – coi suoi  amici fraterni – diceva “Mi piacerebbe poter possedere il diritto alla fragilità. Magari una tantum, giusto il tempo per respirare, ma io non posso permettermelo perché so bene di non avere una spalla accanto sufficientemente forte per farmi prendere tempo e fiato. La sola spalla che ho, forte e lucida abbastanza per capire i miei timori, è mia nonna. Non posso più appoggiarmi su di lei: è da tutelare ormai, anche se è tanto acuta ed intelligente da capirmi e da scoprire tutto di me perché io non mento”. Le rispose una sua amicizia dalla voce per lei molto autorevole: “Paola, hai ragione. Io non so come tu riesca a fare ma ti auguro di non mollare perché quelle persone come te – ascrivibili alla categoria scoglio – sono sempre là, pronte ad arginare qualsiasi ondata, senza mai spostarsi e senza dire mai la parola sbagliata. Se sbaglia uno scoglio e dice di essere stanco gli si risponde che non ha diritti in quanto scoglio. Ormai ha acquisito solo il dovere di difendere la spiaggia dai marosi. Oppure ha il dovere di lasciare che gli altri gli camminino sopra e ci si siedano prendendo il sole… perché lo scoglio è scoglio, diamine, cos’altro vuole? Ha sopportato fino ad ora e adesso cos’è, impazzisce che chiede di essere sopportato lui?”

Passano gli anni e con essi muoiono tragicamente amici fraterni in giovanissima età, muore suo padre, cambia la sua vita: come una giostra impazzita che va sempre più veloce ma Roccia resta Roccia.

Roccia di fuori e crema morbida dentro (per carità – lei lo nasconde – non sia mai lo scoprano degli estranei e ne approfittino) ma lei vede anche la morte in faccia almeno tre volte e, col coraggio che la contraddistingue, punta sul potere della sua mente superando tutto da sola e in modo esemplare.
Da un triplo trauma cranico, maxillofacciale e orbitale fino a un intervento chirurgico dove – costituendo esempio per tanti – chiede di farsi chiudere la morfina e si rialza perché sua figlia non si spaventi.

Arriva però – imprevisto – il suo secondo momento di terrore. Arriva costringendola su un letto e lei, stanca, nonostante gli sforzi per tutelare chi le vuole bene, sente di avere meno potenzialità per tutelare sé stessa.

Si vede all’improvviso un mostro, si accorge di aver esagerato perché sta vivendo un dolore amplificato, non può più parlare con sua nonna (in croce sul suo letto di morte) e non dice nulla a nessuno: la figlia guai, va protetta, la madre guai, va protetta, la sorella… idem e persino il suo unico ‘uomo di casa’ – adesso – è la priorità perché lui, suo zio, sta rinascendo dopo una magia dei medici.

Insomma Roccia si è persa di nuovo dopo vent’anni. Roccia non lo voleva neanche ammettere: ha perso le staffe ma adesso è passata.
Si era spaventata ma – quella volta, circa venti giorni fa, lei si è scusata e aveva creduto di essersi rimessa in corsa.

 

S’è sbagliata – meglio – non si è concessa il diritto d’essere fragile lei stessa! Ora – da questa camera e da questo letto odiato forse più di quanto si possa odiare una cella d’isolamento – sente di essere tornata a battagliare.

Roccia ha finalmente pianto dopo anni che non si concedeva più neanche questo.

Roccia, che fino a due giorni fa si mancava terribilmente, si sente di poter affermare che – fra una settimana – starà dritta, coi suoi tacchi e col suo sorriso. Soprattutto con la sua gioia e col suo coraggio, col suo amore e con la sua ironia, con la sua energia e con la sua dolcezza proverbiale.

Roccia è arrivata a rifiutare fortemente la condizione in cui s’è ridotta stando male e – persino nelle cose che le venivano dette carinamente – lei ci leggeva tutta l’avversione del mondo che (in vero solo lei) provava per sé stessa e per una fragilità che non le appartiene. Ha fatto un lucido calcolo e ha spento tutto per almeno venti ore. Telefoni, Social… tutto.

S’è ripresa per mano e adesso sa bene di aver scacciato il terrore di nuovo.

 

Una giornata sfogandosi fra lacrime e specchio: lei c’è!

 

Credo che, un paio di volte in quarant’anni, siano accettabili.

Credo di essere umana e non eroica. Sono certa di aver preteso troppo da me stessa. Credo di aver ricevuto un’altra proposta – dimostrazione gigante di stima da chi mi conosce bene.  Credo fortemente che saprò ancora elargire il mio entusiasmo in mille modi a chi me ne darà maniera.

Credo che perdermi mi abbia ricordato la sola cosa che mio padre mi rimproverava “Paola non è uno sbaglio alla tua portata: cazzo sei tanto intelligente e tanto capace… pensa, sì, tu pensi meglio anche di tanta gente ma ci sono parole che ti si possono ritorcere contro. Sono proprio quelle che nascono dal tuo stesso dolore. E sai perché? Perché la gente non lo sa. Gli altri non capiscono che stai solo gridando aiuto o tendendo loro una mano perché sei orgogliosa quasi quanto me.” Io ho ricevuto questo come unico rimprovero in trentotto anni di vita per sole due volte. Questa volta sono io a parlare con lei, con Paola, e a dirle “Cazzo non è uno sbaglio alla tua altezza, è troppo idiota per essere tuo. Riprenditi”.

Provo una gioia crescente che – sento – mi aiuterà a dimostrare, là dove ho sbagliato, se mi venisse concessa anche solo una piccola opportunità, “Paola è che a volte si è fortemente scompensati… ma poi un colpo di tallone e si riemerge.”

Riemergo per essere quella che ero un mese fa. Chi volesse nuotare con me è più che benvoluto!

 

 

Pubblicato da Paola Cingolani

Paola Cingolani

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