Fuori dal labirinto

Tu – che hai un oceano di dolore tuo – e osservi la gente mentre ti tratta come fossi un paramecio in una micro pozzanghera, non puoi neppure liberamente pensare ad un attracco. No, escono fuori anche finti piangitoi adesso, nei quali ti coinvolgono, perché è normale ti guastino il sabato con l’annuncio d’una morte che non ti riguarda.
Ma – rispetto, non sia mai – chiedi, chiami, fai la tua parte mentre lucidamente ti domandi – “Se fossi morta io, a chi di loro sarebbe interessato, nonostante io non abbia 92 anni? E, forse, c’erano quando mio padre morì giovanissimo?” – puah. Ma sei educata tu e fai la tua parte, ti distingui: tu sei tu. Si accoltelleranno per la casa o no? Riso amaro: che si esibiscano nel loro Far West, a te serve solo di stare in pace.

Di solito le persone cambiano. Nessuno di noi è così com’era da bambino. Anima e pensiero si evolvono ed è come se – dentro di noi – abitassero infinite persone, non solo una. Durante il nostro cammino nel famoso corridoio – quello di cui sappiamo che ormai c’è rimasta soltanto la porta d’uscita – assumiamo più spesso di quanto potessimo pensare una veste nuova. Noi non siamo così com’eravamo ieri – prima di uno scontro forte con la realtà – e, riflettendo, ci siamo come trasformati in tante altre persone nuove. Immagini esteriormente simili ma interiormente cambiate dalle consapevolezze che incrociamo lungo il nostro cammino. Un po’ come se – il famoso corridoio dentro al quale ci hanno catapultati quando abbiamo cominciato la strada della vita – avesse tante rotatorie. Dopo ogni rotatoria – nuovo giro nuova corsa – si diventa diversi. Credo si dica così crescere ed acquisire consapevolezze nuove.
Noi non siamo mai uno solo. Siamo una miriade di persone che – col tempo – ci abitano e delle quali non ci possiamo disfare affatto. Chissà perché non ce lo dice nessuno quando siamo piccoli? Perché ci dicono che siamo uno solo? E’ anche difficile rapportarci col nostro nuovo essere: sembra che una notte – dormendo – qualcuno si sia impossessato di noi e non voglia uscirne più. E’ come dover combattere un estraneo che, al contrario, non è affatto tale. E’ solo un altro nuovo io.
Un pezzo in aggiunta al precedente. Così spendiamo molte energie in più perché non siamo preparati. – “Io non mi riconosco più!” – mentre, magari, chi ci vuole bene e ha già fatto un sacco di rotatorie ha già anche capito. Noi ci amplifichiamo la sofferenza perché ci sentiamo indefiniti: nulla di peggio per l’animo umano. Io sono tante Paole oggi e, magari vent’anni fa, non avrei neppure sospettato tutto questo.

Vivere non è solo attraversare il famoso corridoio. Vivere è anche comprendere molto rapidamente come – quel corridoio – sia in realtà un labirinto. Perderci è cosa che fa parte del gioco e ci ritroviamo, poi, con un’altra ombra accanto che ha le nostre sembianze.

L’uscita dal labirinto? Spero – per me – avvenga prima di quanto non sia avvenuta per la donna di cui parlavo sopra. Io non voglio stare a girovagare per 92 anni di squallore. A lei è andata così. Ed è lo squallore ricevuto in eredità dal marito che consegnerà ai nipoti ed ai figli. Io, per me, non sarò così ipocrita da piangerne. Neanche Kafka sarebbe stato capace di romanzare una simile esistenza. Persone che hanno fatto del denaro e del tradimento le sole ragioni della loro vita.
Questa donna, pur di non regalarle una caramella, da ricchi milionari (lei ed il marito) ha scelto di morire senza mai vedere una sola volta nella sua vita sua nipote. Mia figlia. Scusate ma io chi dovrei piangere?

 

Pubblicato da Paola Cingolani

Paola Cingolani

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