Call center: perchè, che abbiamo fatto di male?

Mi domando cosa abbiamo fatto di male per meritarci le signorine acide dei call center… una delle tante domande che mi faccio senza trovare risposte esaustive, sia chiaro.
Detto da me che ero responsabile della comunicazione in una struttura Telecom (prima) e H3g (poi) – contrattualizzando anche grossi clienti business ai quali facevo persino l’Unbundling Local Loop – è tutto un programma.
La verità è che, coi contratti attuali, si piglia gente impreparata e la si tiene per tre mesi di prova: poi si cambia.
Io la comunicazione e la mia preparazione anche tecnica sulla rete la aggiornavo e la approfondivo costantemente con gli ingegneri della struttura e coi maestri della vecchia scuola: le nuove leve venivano affidate a me per l’affiancamento, così anche gli agenti, e io gli insegnavo come porgersi alle persone che chiamavano il numero verde. Fino a che non imparavano… niente e – anche dopo – ordine di scuderia era “Passatemi le comunicazioni con cui vi mettono a disagio, le risolvo io!”
La comunicazione è una scienza esatta, si studia all’università. Non è opinabile e – se faccio un numero neanche verde – mi aspetto si risponda ad una domanda precisa.
Vengo al dunque: segnalo a IBS che attendo un loro pacco ma che non riesco a visualizzare dal portale dello spedizioniere a che punto è il mio ordine. La numerazione data da loro è una, sul portale dello spedizioniere, al link fornitomi, non riesco ad inserire il numero. Quindi non visualizzo. Quindi non so se muovermi o no di casa. Quindi vorrei capire.
Risponde una tizia che mi sembrava Franca Valeri quando faceva le sue mitiche gags “Prooonto mammà?” – a farle un complimento. Mi tratta come una che non ha mai toccato un pc in vita sua e non risponde alla mia domanda. Replico educatamente con una metafora, sorridendo, e le dico che la nuova maschera del loro spedizioniere è complessa neanche fosse uno degli schermi della Nasa… mi sfancula e mi chiude il telefono in faccia. Mentre io resto prima basita, poi reagisco incazzata suona il citofono: erano i miei libri! Sì, era il mio pacco con dentro un Kafka, due Murakami (li voglio tutti!) e l’ultimo della Allende.
Voi non ci crederete ma a me, guardando i miei dieci Murakami (forse undici o dodici?), è spuntato il sorriso.
Mi sono detta “Poveraccia quella, acida e infelice oltre che maleducata: se leggesse un po’ – dato che lavora per IBS – potrebbe vivere una vita parallela, più felice, potrebbe addolcirsi e completarsi!
Comunque vadano le cose il mio shopping è poco esoso:
ultimamente mi concedo lo tsundoku e accatasto libri che mi servirebbero giornate di ore infinite per riuscire a leggerli tutti. Però mi tengo allenata, questo sempre.
Oltre lo tsundoku – fa molto Japan style – mi sono perfezionata negli Haiku: ho idee in testa e vorrei poterle realizzare. Il fatto è che il pragmatismo della vita quotidiana mi limita… ma che importa? Ogni giorno sono un vulcano di pensieri e credo che – finchè non torna l’astronave a riprendermi – sarò sempre così. Non ho tempo né voglia per lagnarmi o per essere inconcludente.
Io devo ancora apprendere così tanto!
(Certo “It takes a fool to remain sane” ma – se i matti sono come me – io sono contenta d’essere una pazza scatenata. Guardandomi attorno me ne convinco sempre di più).
Oggi ho parlato con un’amica di tanti anni fa… ho ammesso una cosa che a venticinque anni non capivo. Mi sono anche accorta che mio padre, caro babbo, la aveva capita al posto mio e tentava persino di incoraggiarmi mentre io – spaventata dopo un matrimonio miseramente naufragato e con una bimba da crescere – non volli capire.
La paura di fallire o di non essere all’altezza di qualcuno che ti ama è terribile: ti rinchiudi e lo posizioni, come una pedina sulla scacchiera, fra gli amici. Gli dici “Tu, per me, sei un fratello maggiore” – facendogli male. Poi elabori tutto, mandi al diavolo la paura e, solo venti minuti appena dopo che ti muore tuo padre in mano, ti raggiunge quell’uomo, a tredici anni di distanza. Un uomo che s’è accontentato d’esserti amico e che ancora oggi, dopo oltre vent’anni, è là, su quella posizione dove tu l’hai costretto.
Ed è troppo tardi perché ora non puoi sconvolgergli la vita dicendogli “Sai, ero cotta di te ma avevo paura”.
Non puoi o ti risponderebbe che, ormai, sembreremmo solo due ridicoli e – soprattutto – la attuale compagna dove la metterebbe?
Mah, meglio rimorsi o rimpianti? Non lo so: io ero presa da mia figlia e dovevo farle da padre e da madre. Una nuova delusione mi avrebbe annichilita perché un conto è mollare io una nullità umana quale s’è rivelato il mio ex marito, tanto che sono tornata a casa mia incinta e da sola ho messo al mondo mia figlia rinascendo con lei a soli ventitré anni, e altra cosa sarebbe stata sbagliare con un uomo che io vedevo come una persona unica, non rara.
Io sono stata innamoratissima di lui e mi sono lasciata carcerare dalla paura di sbagliare. Sbagliando. Forse sarebbe stato meglio se mio padre si fosse fidato meno di superpaola, tsè, e mi avesse detto “Paolè, buttati, provaci. Una quantità di rischio dovrai pur correrla. E’ parte del gioco.” O forse sarei stata infelice con lui? Chissà… indietro non si torna ma non dimenticherò mai l’urlo che ho lanciato qualche mese fa leggendo da una rassegna stampa sul pc “Noto professionista accoltellato per rapina” – le iniziali erano sue e la cittadina anche. Ho chiamato in ospedale ed era in coma. L’ho poi visto qualche giorno dopo, sotto morfina, ma ormai fuori pericolo. Ecco, io – in quella giornata – potevo anche impazzire. Mi sono disperata più della sua compagna.
Se ho un rimpianto solo nella mia vita è questo. Io ho guastato tutto perché ero ancora prigioniera della paura dopo un matrimonio che m’ha lasciata apparentemente viva ma psicologicamente – se sono vissuta – è solo perché ho promesso alla mia creatura “Nascerai e ti difenderò io, da sola!” – chè, a volte, sarebbe facile dire voglio morire e m’ammazzo prima che ci riesca tu.
Ma se ti trovi come mi sono trovata io – persino morire – è un lusso che non t’è concesso. Ora ci rido. Ci scrivo persino e, non fosse stata Cinzia oggi, mi ero costretta a perdonarmi tanto da non pensarci più. Una come me, intellettualmente onesta, si mette per prima sul banco degli imputati e non si assolve. Un bluff con me stessa per coprire uno sbaglio del quale non mi sono resa conto che dopo, quando ho esorcizzato ogni timore e ammaestrato ogni coccodrillo. Bene, il rettilario è aperto e il biglietto è gratis, venghino siorre e siorri!

Pubblicato da Paola Cingolani

Paola Cingolani

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