All’inferno e ritorno da sola, come ogni maledettissima volta

Parole… ormai sono diventate una merce usurata, sono state deturpate d’ogni significato, svendute, abusate. E, forse, con esse anche i sentimenti. Una specie di coltre di ghiaccio s’è addensata sulla gente. Parole troppe, atte a dire niente: incomunicabilità. Solo e soltanto solitudini. Ecco: e lei s’è stancata ma – non riesce a capire da dove le venga quella speranza – aspetta. Aspetta consapevole di trovarsi collocata esattamente all’interno di un buco dove non esiste alcun riferimento spaziotemporale. Neanche a morire. Dunque cosa resta? Vivere: resta la vita, coi suoi paradossi. Come quel giorno in cui lui l’ha cercata per dirle che era appena mancato suo padre e lei, lei che solitamente legge i suoi messaggi in maniera solerte, stavolta l’ha guardato solo a notte inoltrata. Percezione. “Si naviga a vista” – dice lui ultimamente – e lei si adegua. S’è lanciata, senza dormire, in un viaggio infernale fino alla camera ardente. Lui non c’era e quindi non è riuscita ad abbracciarlo. Un inutile viaggio fra salme sconosciute quando – al contrario – voleva abbracciarlo e confortarlo. Un viaggio strano. Forse utile anche se inutile. Forse servirà presto a farla decidere – una buona volta – di guardarlo in modo differente. Dipende solo da lui. Ha promesso di venirla a trovare. Dovrebbe pensare che, se una donna ha fatto questo, a lui ci tiene. Dovrebbe venire presto – non fosse che per dimostrarle gratitudine – ma lei, spesso, sente come una sorta di distanza strana. Percepisce qualcosa di non ottimistico. E, lei, si sbaglia raramente. Così quella cortina di gelo la pietrifica. Roccia, lei è sempre Roccia… così l’ha soprannominata la sua migliore amica. Stanotte – Roccia – voleva leggere. Caso ha voluto che prendesse lo stesso libro che aveva in treno, durante quel viaggio maledetto. All’inferno e ritorno da sola, come ogni maledettissima volta. Ha lasciato i biglietti del treno usati dentro al libro, strano vizio, così – stanotte – girando pagina su pagina, ogni tanto i biglietti scivolavano fuori. Sembrava volessero ricordarle quel viaggio da delirio che la sua mente sta tentando di resettare. Come si potesse ripulire l’hard disk dai giga scaricati in sovrappiù. Ma lei – come il protagonista della novella – non è un PC: ha dei sentimenti. E’ stata profondamente ferita, come chissà quante altre volte. Non può neppure contare quante. Vuole rivederlo: solo così potrà risolvere il dubbio che le si è insinuato nella mente. E non è gelosia né invidia e nemmeno orgoglio, sia chiaro, perché questi restano i peggiori mali dell’umanità. E’ un dolore differente. Forse si potrebbe definirlo mancanza, amarezza e ciò nonostante, se ripensa a tutto, lei riesce ancora a dirsi “Si naviga a vista” in queste situazioni. Lei lo sa bene, le ha già provate quasi dieci anni prima, proprio quando lo conobbe. Ora sta giustificando lui: è una maniera infallibile per giustificare sé stessa, la verità è solo questa. S’è data un tempo. Sforzandosi di quantificare da quella sorta di labirinto in cui è precipitata. Forse arriverà presto a dirsi “Sì, mi ha ferita e non doveva”. Forse riuscirà persino a concedersi il lusso d’una discreta quantità di lacrime. Non troppe: quel tanto che basta da rendersi umana e da non diventare di nuovo Roccia. Nel frattempo, mentre scrive, le automobili dalla strada e l’apertura dei bar si fanno sentire: continuano a far rumore ricordandole che il mondo non si è ancora fermato. Comunque vada. Forse lei – stavolta – lo dimenticherà. Forse lo rivedrà altre volte, senza impararlo mai a memoria. Tutto potrebbe essere.

Pubblicato da Paola Cingolani

Paola Cingolani

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